
Antonio
Molinari pittore e scenografo della Scala ha una storia artistica
complessa dove i due antipodi del realismo e dell’astrattismo trovano
momenti di esemplare produzione. Oggi possiamo anche intravedere
in queste tele le contraddizioni dell’intellettualità artistica
italiana attraversata da vocazioni alla sperimentazione unitamente
al richiamo, tutto neo-realista, a partecipare, si avverte la lezione
di Vittorini, al cammino degli umili e alla rappresentazione della
loro umanissima fatica di vivere. Nel catalogo della mostra antologica,
"La pittura è una magnifica amante", che riprende una definizione
ripresa dal Diario - intrisa di dandystico ermetismo, eppure siamo
nella Vienna del 1944 che sicuramente viveva i drammi della guerra,
(e questo sta ad indicare come la cultura dei pittori italiani scoprirà
in un colpo solo, e anche un poco traumaticamente l’impegno e gli
umili secondo i canoni dell'impegno) – compaiono quadri dove la
vocazione al ritratto risente degli schemi di composta perfezione
ammiccante del novecentismo, per seguire con quadri dedicati ad
interni popolari con fiaschi e scarponi degli anni cinquanta e del
ritorno a una figurazione aerea e liberty degli acquarelli negli
anni sessanta. Però all’interno di queste, tutto sommato logiche
evoluzioni di un gusto figurativo, in Molinari c’è la scommessa
“informale” e la fuga dal reale nella rappresentazione. Certo questi
esempi mantengono sempre un certo freno e spesso sono ingenuamente
"senza forma" perché appunto la scelta dell’astrattismo non è, come
nei maestri europei o italiani del tempo, un punto di non ritorno,
ma semplicemente un esperimento, un dettato quasi dello spirito
del tempo.